1846 – 1863. La storia inizia con la battaglia in piazza fra Nativi Americani, capeggiata dal macellaio William “Bill” Cutting, contro la gang de I conigli morti, guidata da padre Vallon. La spunteranno i primi. Tutto è visto con gli occhi del prima giovane poi adulto Amsterdam, figlio di Vallon. Cresciuto Amsterdam torna a New York e la ritrova più marcia di come se la ricordava.
La città è un cuore nero pulsante: un mix di sangue, violenza, tribolazione, odio raziale, ma soprattutto paura. Tutto questo è amministrato dal governo di Tammany, che si prepara alle elezioni manovrando sull’aiuto dei neo arrivati irlandesi. Ma più che un governo è una mafia, tenuta sempre viva dal macellaio. Amsterdam fa amicizia con Johnny, un ragazzo del quartiere, perennemente innamorato della bella borseggiatrice Jenny che non lo contraccambia, anzi rimane incantata dal nuovo arrivato.
In seguito il protagonista si avvicina sempre più, per convenienza, alla figura di Bill, assassino di suo padre, con cui instaura un rapporto saldo e paterno… si paterno, perché Bill è un padre che sogna di avere un figlio e il ragazzo è un figlio che desidera ritrovare un padre, e chi meglio di colui che non ha lavato dai coltelli il sangue e che tiene su una mensola il ritratto del suo più grande rivale?… Ma il “rapporto padre e figlio” tenderà inevitabilmente a cadere, fino a sgretolarsi, come pezzi di “carne di porco” dopo che la lama viene estratta.
I due diventeranno rivali, come fu al principio, e proprio come all’origine ci sarà una battaglia che sancirà il potere assoluto. Ma il vero vincitore sarà l’Armata militare dell’esercito, che con aspri colpi di cannone placherà la rivolta fino a segnare la fine della guerra civile e l’abolizione della schiavitù. Dei protagonisti che vi furono rimarranno solo le tombe, ma neanche quelle.
La frontiera dei 5 points diventerà città, la città diventerà metropoli ai giorni nostri.
A dispetto di molti che male hanno interpretato questo cult, io ritengo Gangs of New York un capolavoro sotto qualunque aspetto: Martin Scorsese vuole incidere sul pubblico, ma forse più su se stesso con una regia più europea che hollywoodiana, con grandi cambi di inquadrature e tocchi raffinati degni di uno dei più grandi registi americani. Parte con un inizio western rabbioso e rock, passando dalla politica al gangster movie, rimane crudo e violento, arrivando allo status psicologico alla “Taxi driver” terminando con una guerra degna di un film epico.
Non può mancare una riflessione finale sulla vita. Scritto da Jay Cocks con l’aiuto del produttore Steven Zaillian (Schilder’s List) e Kenneth Lonergan (Terapia e pallottole), prodotto da Harvey Weinstein (capo della Miramax) e dalla vecchia gloria Alberto Grimaldi (Il buono, il brutto,
il cattivo - Ultimo tango a Parigi – il Satyricon di Fellini). Un cast a dir poco spettacoloare: Di Caprio nei ruoli alquanto giovanili dei film precedenti diventa maturo insieme ad Amsterdam.
Daniel Day-Lewis segna il ruolo migliore della sua carriera con un Macellaio cinico e spietato che è sia perfido antagonista sia villain degno di un grande graphic novel sia leader incontrastato di una comunità che sembra vivere ai tempi de “Il padrino”. L'Oscar a mio avviso lo meritava sicuramente più lui di Adrien Brody per il pianista.
Da notare Cameron Diaz in stato di grazia, seducente come Sharon Stone e ingenua quanto Wynona Rider. Le figure meno rilevanti di John C. Really, Gary Lewis, Henry Thomas, Brendan Gleeson non sono affatto delle macchie. Grande come sempre Liam Neeson che più che una parte il suo padre Vallon è un vero e proprio cameo, ma la sua presenza rimane costante tra i protagonisti per tutto il film.
Eccezionale il cast tecnico: Micheal Ballhaus alle prese con una delle sue migliori fotografie; Thelma Schoonmaker di una bravura disumana sebbene qualche piccolo dettaglio correggibile; indiscutibile il talento scenografico dell’italiano Dante Ferretti e moglie; spettacolari le musiche rock classicheggianti di Howard Shore, compositore de la trilogia de “Il signore degli anelli”.
Weinstein era perennemente in collera con Scorsese per i tempi delle riprese, con un ritardo di 18 settimane! Ma alla fine l’ha spuntata il caro Martin che ha siglato il suo ennesimo e non ultimo capolavoro.
complimenti Tony, davvero una recensione spettacolare! Beh, forse non lo si può definire un capolavoro, ma decisamente è un film spettacolare sotto ogni punto di vista: storia, regia, interpretazioni, scenografie e fotografia.
RispondiEliminaEccessivamente sottovalutato, come molta della produzione ultima di Scorsese.
Grazie Giacomo, sei molto e troppo gentile! Non so se è il migliore, ma io lo trovo uno dei film meglio riusciti di Scorsese. Un kolossal d'alto rango, con la violenza che solo lui sa attribuire a un film!
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